venerdì 25 luglio 2025

Paranoid a Licata

Paranoid a Licata - Una storia di Dario Greco

Quando Gianni Di Vita compì cinquant’anni, decise che non ne avrebbe più compiuti. Cinquant’anni bastavano. Gli altri, se mai fossero arrivati, sarebbero stati solo appendici burocratiche. Il giorno dopo la festa – una tavolata con più secondi che invitati e una torta a forma di piatto giradischi – si svegliò con l’esatta sensazione che qualcosa stesse per cambiare. Il primo segnale fu il ronzio. Un vmmm costante e lontano, come se nel soggiorno ci fosse un trasformatore industriale invisibile. Cercò di ignorarlo, attribuendolo al vino, al sonno interrotto o alla digestione difficile del tonno con l’ananas che sua nipote Chiara aveva portato “perché fa figo, lo fanno pure a Milano”.

Ma quando mise piede in salotto e vide il vecchio stereo acceso da solo, con il giradischi che girava senza disco sopra, capì che quella giornata non era normale. «Concetta!» chiamò sua moglie. «Hai toccato il Technics?» «Io manco mi avvicino a quella polvere col filo. Hai sognato, Gianni, o hai fatto entrare gli spiriti di nuovo.»

La notte prima, verso l’una, Gianni aveva rispolverato per l’ennesima volta la sua collezione di vinili. In mezzo ai classici di Battisti, ai Genesis e a uno dei Bee Gees rovinato da una carbonara volante nel 1983, c’era ancora lui: Paranoid dei Black Sabbath, l’edizione italiana con la fascetta rossa. Quel disco era stato il suo passaggio. Aveva tredici anni la prima volta. Era il 1975, c’era vento di scirocco e la sua stanza puzzava di sudore, libri e sogni. Un cugino di Caltanissetta, che ascoltava “musica straniera” e fumava Nazionali senza filtro, gli aveva detto: «Vuoi sentire Dio con la chitarra? Mettiti questo.» E gliel’aveva lasciato. Gianni ricordava ancora il peso fisico della copertina, il volto di Ozzy sul retro, la sensazione di qualcosa di pericoloso.

Quando lo mise su, fu come se il pavimento vibrasse. “War Pigs” apriva il disco e già a metà del primo riff Gianni aveva capito che non sarebbe stato mai più una persona normale. Aveva smesso di tagliarsi i capelli, aveva imparato a suonare “Iron Man” con la racchetta da tennis e, per tutto l’anno successivo, aveva risposto “Sabbath” ogni volta che qualcuno gli chiedeva “che ascolti?”. Anche a catechismo.

E ora, a cinquant’anni, mentre il giradischi si muoveva da solo, Gianni fu colpito da un’illuminazione. O da un’insolazione. Era ancora sudato dalla notte, ma si sentiva diverso. Come se stesse per accadere qualcosa di grosso. Fece quello che ogni uomo del Sud in preda a un’emozione autentica farebbe: si sedette, si aprì una birra Moretti e aspettò.

A mezzogiorno in punto, suonò il campanello. C’era suo cugino Pietro, quello che stava a Parma da trent’anni, coi baffi più grigi di prima e una maglietta dei Deep Purple. «T’ammazza, Gianni! Sai che oggi sono quarant’anni da quando ti ho fatto sentire i Sabbath la prima volta?»

«Oggi? Ma che caz…»
«Giuro su Ozzy.»
Pietro annuiva. «Io, quando sento ‘The Wizard’, mi sento ancora magro.»
«Avete cinquant’anni, siete due cretini e puzzate come agnelli al sole,» disse, lanciando loro un canovaccio.
Gianni si fermò, guardò Pietro e disse: «Ma almeno siamo vivi.»

Era destino.

Decisero di onorare l’anniversario con un rito: riascoltare l’intera discografia degli anni '70 con Ozzy, dalla prima all’ultima traccia. Chiusero porte e finestre, spostarono i divani, e tirarono fuori le birre rimaste dal compleanno.

Partì “War Pigs”, con quei tre accordi funerei. Gianni si mise a tremare. «La senti? È come quando ti batte il cuore per la prima volta e capisci che sei ancora vivo.»

Il pomeriggio divenne un viaggio. “N.I.B.” lo riportò a quando tentò di conquistare la cugina Tiziana con una cassetta personalizzata (“Lato A: amore, Lato B: bestemmie rock”). “Electric Funeral” risvegliò un trauma: un concerto a Catania dove aveva perso una scarpa e trovato una ragazza con un tatuaggio di Geezer Butler sulla coscia. “Children of the Grave” fece piangere entrambi, ma per ragioni diverse: Gianni per nostalgia, Pietro per la sciatica.

Fu con “Supernaut” che avvenne lo scarto. I due uomini ballavano, ridendo come pazzi, quando si spalancò la porta del soggiorno. Concetta li trovò così: sudati, a petto nudo, con Pietro che urlava “I wanna reach out and touch the sky!” mentre Gianni suonava la scopa come fosse Iommi.

La notte stessa fece un sogno vivido. Era su un palco, a Palermo, davanti a una folla enorme. Suonava “Symptom of the Universe” e Ozzy lo guardava e sorrideva. Quando si svegliò, c’era un disco girato di lato e un biglietto di Pietro: “Torno a Parma, ma tieniti i Sabbath. Tua moglie ha ragione, sei un cretino. Però un cretino felice.”

Da quel giorno, ogni volta che Gianni ha un problema – la bolletta alta, il gatto malato, la prostata capricciosa – mette su “Hole in the Sky” e urla: “Ozzy, portami via!” Perché sì, forse ha cinquant’anni. Ma dentro, sotto la pancetta e le analisi del sangue, c’è ancora quel ragazzino che ha sentito “War Pigs” e ha deciso di non essere mai normale. E se questo è invecchiare, allora che il volume resti alto.